- Il cesso del Papa -

scritto da vecchioautore
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Racconto scritto 5 anni fa. L'ispirazione mi era venuta dopo aver visto in televisione il Papa del popolo fermare il corteo, scendere dalla papamobile e fendere la folla incredula per espletare un bisognino urgente (ve lo ricordate?). Buona lettura.
- Nota dell'autore vecchioautore

Testo: - Il cesso del Papa -
di vecchioautore

Il cesso del Papa

Se ne stava spaparanzato dietro la scrivania con gli occhi a fessura puntati sul dépliant di un’agenzia di viaggi. “Cinque giorni… cinque giorni e poi addio per sempre a questo ufficio con l’aria condizionata perennemente guasta… No non mi mancherà il lavoro, e men che meno i colleghi”, pensava, sudando copiosamente, il pingue commissario Bertocchi.
Sfogliò il dépliant. «Bel posto, mare pulito, gente affabile; cosa pretendere di più dalla pensione?» si chiese, guardando le case bianche che tappezzavano la costa dell’isola dell’Egeo dove aveva deciso di traslocare, consorte al seguito, dopo aver consegnato tesserino, arma di ordinanza e aver salutato i colleghi.
La porta che si apriva attirò la sua attenzione. Alzò gli occhi dal dépliant. «Stai male, Rubini?»
L’agente Rubini, dopo essere entrato aveva chiuso la porta ed ora, appoggiato con le spalle allo stipite, si tappava la bocca con la mano.
«Cosa diavolo ti è successo, parla!» lo esortò con tono alterato il commissario.
Rubini avanzò, si accomodò davanti al commissario, tolse la mano dalla bocca e… «Ahahah! Qua fuori c’è uno che vuol denunciare il furto di un cesso! Ahahah! Ho provato in tutti i modi a fargli capire che il nostro ufficio si occupa dei furti di opere d’arte; ma lui, niente! Non vuole sentire ragioni! Ahahah! Dice che se ne andrà solo dopo aver parlato con lei…» stava per sganciare un’altra grassa risata, ma vedendo il commissario accigliarsi viepiù, si adombrò. «Non lo trova divertente, commissario?» gli chiese con un certo timore.
«Per niente!» rispose seccamente, unendo le mani a piramide davanti allo sguardo. Poi, passando a un tono più accomodante (istruttivo, a suo modo di vedere) provò a spiegargli la sua tesi: «Vedi, agente Rubini, se invece che usarli come fermaporta, li avessi sfogliati i cataloghi di arte moderna che trovi sugli scaffali del commissariato, presumibilmente avresti scoperto che l’uomo che stai trattando alla stregua di un mentecatto, altri non è che un collezionista venuto a denunciare il furto di… faccio un paio d’ipotesi, ma non credo di andarci troppo lontano: un’opera di Duchamp, oppure di Cattelan!»
«L’orinatoio di Duchamp, o il water d’oro di Cattelan», tirò le somme Rubini, con il fare distaccato di chi frequentava l’arte contemporanea… più del water di casa propria.
«Complimenti! Non era poi così difficile arrivarci, dopotutto!» ribatté il commissario, tronfio della sua esibita cultura.
«No, non lo era!» convenne Rubini. «Ma quello là fuori mica è venuto a denunciare il furto di uno dei sanitari del suo bagno», obiettò risentito.
«A no? E cosa vuole denunciare, il furto dell’intera sala da bagno, mura comprese?» gli chiese con tono ironico.
Rubini fece ondeggiare la mano davanti allo sguardo del commissario. «All’incirca.»
Il commissario aggrottò le sopracciglia cespugliose. «Cos’è, uno scherzo organizzato in combutta con gli altri agenti dell’ufficio per festeggiare il mio pensionamento?»
«No, commissario, è tutto maledettamente, incredibilmente vero… Lo faccio entrare?»
Il commissario sbuffò. «E facciamolo entrare, Rubini!»

Il commissario squadrò per bene l’uomo azzimato che stringeva una ventiquattrore in pelle nella mano destra, prima di farlo accomodare.
«Quale sarebbe il suo problema, geometra Pancaldi», gli chiese mentre leggeva il nome sul biglietto da visita che, questi, si era premurato di passargli.
L’uomo appoggiò la valigetta sulle ginocchia, la aprì. «La mia azienda noleggia bagni chimici...» esordì posando un dépliant sopra quello dell’isola dei sogni del commissario. «Il miglior servizio al minor prezzo. E…»
«Le credo sulla parola!» lo interruppe il commissario, afferrando il dépliant tra l’indice e il pollice per lasciarlo cadere con esibito fastidio nel cestino dei rifiuti. «Ma da quanto ho saputo dall’agente Rubini, mi par di capire che non sia qui per offrire i suoi servizi al commissariato.»
«Ha capito benissimo, commissario. Sono qui per denunciare il furto di un bagno chimico!»
Il commissario gli dedicò un’occhiata gelida. «Lei… vorrebbe che io, sguinzagliassi i miei migliori agenti, per dare la caccia a un normalissimo bagno chimico! Ho capito bene, o mi sono perso un pezzo della storia?» gli chiese con sarcasmo.
«Si è perso la parte più gustosa, commissario», confermò il Pancaldi. Trasse dalla borsa un tablet. «La mia ditta ha vinto l’appalto per piazzare ben centoventi bagni chimici lungo il percorso del corteo…»
«Di quale corteo stiamo parlando, dove, quando!» lo interruppe seccamente. «Venga al punto, non mi faccia perdere altro tempo!»
«Ci sto arrivando», replicò calmo. «Il corteo che ieri ha attraversato le strade della città.»
«Intende il corteo papale?»
Pancaldi alzò un sopracciglio. «A lei risulta che fossero stati concessi permessi per cortei alternativi, durante la visita del Santo Padre?»
«Non faccia lo spiritoso, e venga al punto!»
«Ora le mostro», disse Pancaldi, digitando sul tablet. «Ecco, vede?» aggiunse volgendo lo schermo verso l’ispettore. «Il Santo Padre, in piedi sulla papa-mobile, sta percorrendo lentamente il viale tra due ali di folla… a un certo punto chiede all’autista di fermarsi… scende, buca sorridendo la folla plaudente… ed entra nel bagno chimico rosso piazzato lungo il percorso», poi si tacque e rimase in attesa della reazione del commissario.
Che giunse puntuale. «I problemi di prostata, non risparmiano proprio nessuno», commentò, osservando sullo schermo del tablet il Santo Padre che, con sguardo rilassato, usciva dal bagno chimico per risalire sulla papa-mobile.
«Una battuta abbastanza irriverente, commissario.»
«Sì, va beh, lasciamo perdere le battute e veniamo al punto.»
«Il punto è che a sera, quando i miei ragazzi sono passati a recuperare i bagni chimici sistemati lungo il percorso, quello usato dal Santo Padre era sparito! Qualcuno ha pensato bene di prendersi un souvenir molto particolare… Poco male, ho pensato quando mi informarono: con quello che avevo incassato, potevo permettermi di perderne ben più di uno.»
«E perché avrebbe cambiato idea?»
«E me lo chiede pure?»
«E le chiedo pure di sbrigarsi, se non vuole che la sbatta fuori!» sbottò il commissario, calando un possente pugno sopra il dépliant dell’isola greca.
Pancaldi non fece un plissé. «Stamattina, appena arrivato in ufficio, la segretaria mi dice che è già la terza volta che… un noto critico d’arte, chiama per parlare con me. Naturalmente…»
«Un momento, si fermi!» esclamò il commissario, rafforzando il concetto con il movimento della mano. «Di chi stiamo parlando?»
«Sono legato da un vincolo di riservatezza… Se le dico che nella scala gerarchica dei critici d’arte, potrebbe assumere la carica di Papa, le può bastare?»
«Lui?» fece il commissario, mimando il gesto di togliersi dalla fronte il ciuffo ribelle; gesto che il famoso critico, era solito fare mentre dialogava (?) animatamente con gli interlocutori.
«Lui!» confermò con fare grave Pancaldi.
«Mi basta. Prosegua!» lo esortò mettendosi comodo.
«Lui, mi chiede del bagno chimico e, prima che abbia il tempo di rispondere, mi alletta; valutandolo alcuni milioni di euro!»
«Alcuni milioni di euro?!» fece, incredulo, il commissario, sobbalzando sulla poltrona.
«Sì. Mi ha spiegato che da quando ha impugnato la maniglia per aprire la porta, il Santo Padre ha cominciato a produrre l’opera d’arte; l’ha proseguita espletando un “bisognino”, e l’ha completata uscendo dal bagno chimico.»
“Cazzo, non lo sapevo mica che stavo sprecando la mia arte quando, dopo aver pisciato nei cessi che ho frequentato, uscivo senza metterci la firma”, pensò guardandolo stranito, senza riuscire a proferir verbo.
«Poi ha aggiunto di essere pronto a certificare l’autenticità dell’opera,» riprese Pancaldi dopo una breve pausa, «in cambio di una congrua percentuale sulla cifra che è disposto a mettere sul piatto un noto collezionista di arte contemporanea.»
«Quantifichi la percentuale!»
«Fifty-fifty.»
«Però!» esclamò sgranando gli occhi il commissario. «Hai capito il critico d’arte?!»
«Metà della torta, erano pur sempre un paio di milioncini», riprese Pancaldi. «E a me andavano più che bene… Quando gli spiegai che il bagno chimico era stato rubato, come da copione quell’isterico diede in escandescenza. Me ne disse di tutti i colori. Roba da querela. Provai a tranquillizzarlo, dicendogli che i bagni chimici erano tutti perfettamente uguali, e avrebbe potuto tranquillamente autenticarne un altro; garantendogli che nessuno se ne sarebbe accorto… La toppa fu peggio del buco. Dovetti allontanare la cornetta dall’orecchio di almeno mezzo metro, per non farmi spaccare il timpano. Se prima me ne aveva dette di tutti i colori, ora erano di un colore solo le invettive: quello dei liquami dei bagni chimici. Per farla breve: dopo avermi investito con invettive e insulti inenarrabili perché, a suo dire, avevo messo in dubbio la sua onorabilità adombrando una reputazione non propriamente adamantina, mi spiegò che i collezionisti d’arte contemporanea non sono mica dei polli da spennare; che avrebbero fatto le loro ricerche; che sull’opera in questione ci dovevano essere le impronte del Santo Padre; che probabilmente era anche possibile rintracciare il suo DNA e che, anche se non ne erano in possesso, in un modo o nell’altro gli esperti chiamati a giudicare l’opera avrebbero trovato il modo per recuperare impronte e DNA del Santo Padre.» Trasse un profondo sospiro. «Ecco! Ora che conosce l’intera faccenda, come intende agire?»
«Mi spiace per lei, geometra Pancaldi», cominciò a rispondere con fare, fintamente, partecipato. «Ma senza certificato d’autenticità redatto da un esperto del settore, il suo bagno chimico non può essere classificato come opera d’arte contemporanea. Stando così le cose, il furto in questione è fuori dalla sfera di nostra competenza.»
«Ci sarà pure un modo per recuperarlo. Cosa mi suggerisce di fare, commissario?»
«Può fare due cose: convincere il famoso critico d’arte a stendere un certificato d’autenticità fasullo… la qual cosa la vedo durissima…»
«Oppure?» domandò Pancani, pendendo dalle sue labbra.
Il commissario allargò le braccia. «Denunci il furto di un bagno chimico alla stazione dei carabinieri del compartimento territoriale dove è stato compiuto il reato. E poi… visto il soggetto che ha usufruito del servizio, speri in un miracolo.»
Il tono sarcastico, anche irridente se vogliamo, fece imbufalire Pancaldi. Rosso in volto, serrando la mascella per trattenere l’invettiva che avrebbe significato una denuncia per ingiurie e minacce a un pubblico ufficiale, afferrò il tablet dalla scrivania, lo lanciò dentro la borsa, la richiuse, si alzò e se ne andò senza proferire verbo.

Alla fine, dopo aver provato inutilmente a convincere il critico d’arte, offrendogli un ulteriore dieci percento e ricevendo in cambio, oltre alla preventivata scarica di insulti, un annuncio di querela, il geometra Pancaldi si vide costretto ad accettare il secondo consiglio del commissario Bertocchi.

E i carabinieri ci misero poco più di ventiquattro ore a scoprire dov’era finito il bagno chimico.
«Hanno confessato», annunciò il maresciallo a un raggiante Pancaldi, che già pregustava l’apparizione di un cospicuo bonifico sul proprio conto corrente. «Gli adepti di una setta satanica, autoproclamatisi Figli della sorella troia di Belzebù e del caprone, dopo aver visto il Santo Padre entrare nel bagno chimico, temendo che da lì in avanti potesse essere usato per tutt’altri scopi; ovvero come una specie di reliquia da portare in processione in mezzo ai fedeli adoranti; o peggio ancora, dal loro punto di vista, come luogo di culto: un minuscolo santuario dove recarsi in pellegrinaggio per chiedere la remissione di un malanno espletando un bisognino liquido (un bisognone solido sarebbe stato ritenuto valido solo nel caso di un’incombente e incontenibile urgenza) l’hanno rubato, portato in un campo poco lontano e, dopo aver evocato l’aiuto di non so quale o quali satanassi, gli hanno dato fuoco!»
«NOOO! HANNO BRUCIATO IL CESSO DEL PAPA!» urlò a squarciagola con le mani nei capelli Pancaldi. Poi cadde in ginocchio ai piedi del maresciallo, che continuava a guardarlo imperterrito senza battere ciglio, congiunse le mani, levò gli occhi al cielo. «Niente, non si è salvato niente? Una maniglia, la tavoletta?» chiese, anzi, implorò disperato, piangendo come una vite tagliata.
Il maresciallo, incerto sul da farsi (si stava rivolgendo a lui a qualcuno molto più in alto?), attese qualche attimo prima di esporsi; poi allargò le braccia sconsolato. «Mi spiace, figliuolo», disse solamente, usando un tono paternalistico; che il Pancaldi percepì insincero.

FINE

- Il cesso del Papa - testo di vecchioautore
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